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 Mer 9 Dic 2015

DECIBEL IN ECCESSO: NON SOLO SUL LAVORO

  rumore

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Quasi un terzo (28%) della popolazione mondiale è esposto ad un eccesso di decibel e rischia di riportare danni, anche permanenti, all'udito; tuttavia ciò non dipende unicamente dalle condizioni di lavoro non idonee.

E' l’allarme per il "mal di rumore" lanciato dallo studio “Coping with noise”, promosso da Amplifon e presentato a Milano lo scorso ottobre per porre maggiore attenzione al nostro senso forse più dimenticato, l’udito, messo a rischio sempre più spesso dalla rumorosità imperante dell’universo urbano, dove mezzi di trasporto, voci, musica e lavori in corso possono costituire un rischio da non sottovalutare.

Lo studio prende in esame un'indagine GfK Eurisko condotta su 8.800 persone di 11 Paesi e i recenti studi scientifici sull'argomento. Secondo l’indagine presentata durante il “Coping with noise” ci sono troppi decibel nelle grandi città di tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti e in Italia.

Questa, con il 10%, si pone dietro gli Usa (16%) per il rumore ad alto volume, ma è più "chiassosa" di Francia, Gran Bretagna e Portogallo (7%), Paesi Bassi e Nuova Zelanda (4%) e Germania (2%). Tra le città italiane più rumorose Napoli (15%) batte Roma (9%), Milano e Torino (8%). Un eccesso di decibel può compromettere lo stato di salute delle strutture sensoriali e neurali uditive. Infatti, quando si ha una esposizione nociva o rischiosa al rumore, le alterazioni che si registrano coinvolgono in particolare, in maniera più o meno vistosa, il neurotrasmettitore glutammato (il più importante neurotrasmettitore eccitatorio del cervello) e i processi deputati agli scambi biochimici tra neuroni sovra cocleari.

Da questa situazione di sofferenza possono generarsi le condizioni per una perdita uditiva provocata dal rumore e, a volte, anche di due altri fenomeni: gli acufeni, considerati percezioni fantasma di suoni, e l’iperacusia, un’intolleranza ai suoni esterni, anche lievi o moderati. Il rumore eccessivo, inoltre, può portare ad un raddoppio dei casi di disturbi dell’umore, difficoltà di concentrazione, mal di testa, ma anche a un forte stress che incide direttamente sul sistema cardiovascolare. Alcune indagini considerano il rumore come un fattore di rischio per la salute del cuore spesso sottovalutato; si calcola che la semplice riduzione di 5 decibel sarebbe sufficiente a diminuire la prevalenza di ipertensione nella popolazione dell’1,4%, mentre quella di coronaropatie e infarti calerebbe dell’1,8%.

In Italia, per esempio, questo risparmio di decibel potrebbe portare a 200.000 ipertesi e 2.000 infarti in meno.

Tra i soggetti più a rischio rumore troviamo poi i giovani, oggi sottoposti ad un livello di frastuono giornaliero sicuramente superiore a quello sopportato dai loro genitori durante l’adolescenza: al rumore vero e proprio derivante dal traffico, dai luoghi affollati ecc. si devono infatti aggiungere altri suoni autoprodotti e ricercati volutamente (cuffie, musica ad alto volume, discoteche). Uno studio realizzato da Arpa (dipartimento di Asti) ha dimostrato che il livello di esposizione medio nelle ore diurne di uno studente delle medie (impegnato in attività didattiche, sportive e ricreative, con gli immancabili spostamenti a piedi e in auto) supera i 72 decibel, con massimi compresi tra 78-80 decibel negli spostamenti casa-scuola e 86-88 decibel nella mensa scolastica e in piscina.

I momenti di quiete (inferiori a 45 decibel) sono limitati a non più del 15% del tempo compreso nelle 16 ore del periodo diurno. E le cose peggiorano con il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, con frequentazioni più o meno assidue di discoteche o locali di intrattenimento.

Purtroppo nelle nostre città sono sempre meno i luoghi di quiete dove non sono presenti forti rumori o musica, anche solo a scopo pubblicitario (stazioni, aeroporti, mezzi pubblici), annullando quasi del tutto tempi e spazi dedicati alla quiete, all’ascolto dei suoni naturali, in grado di portare sollievo tanto all’orecchio, quanto alla psiche dell’individuo.

Solo di recente la comunità scienti­fica si sta attivando per individuare e tutelare le “Quiet Areas” (aree del silenzio) anche nei maggiori centri urbani; forse si stanno compiendo i primi passi verso una più profonda presa di coscienza del problema.



A cura di: Dott.ssa Elena RICHERI


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